MASTERCLASS CON LEO BROUWER - Latina, 10 e 11 aprile 2010

Suoni Nuovi

nel mondo della chitarra classica

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Marcos Vinicius

di Carlo de Nonno - dicembre 2004


S
i è tenuto a Latina, nell’accogliente Teatro S. Francesco, un atteso evento organizzato dall’Associazione Suoni Nuovi: il concerto del chitarrista brasiliano Marcos Vinicius [19 novembre 2004], seguito [20 novembre 2004] da una masterclass che l’artista sudamericano ha voluto dedicare principalmente ai giovani studenti di chitarra dell’associazione.

L’evento ha potuto vedere la luce soprattutto grazie alla infaticabile attività di Adriana Tessier, anima di Suoni Nuovi e valente insegnante di chitarra, e ha rivestito un carattere di particolare eccezionalità per la rara bravura dell’artista e per la sua capacità di coinvolgimento.

Davanti a un pubblico folto e interessato, che nemmeno una serata non proprio invitante dal punto di vista climatico ha tenuto lontano dall’evento, il chitarrista brasiliano si è presentato puntuale, inguainato in un elegante frack nero e particolarmente disponibile verso un’audience (che bello una volta tanto poter usare questo termine non in senso televisivo) che vedeva nelle prime file volti e occhi di bambini affascinati e rapiti dai modi e dalla musica di Marcos.

Questi, senza la consueta spocchia dei concertisti, non ha disdegnato di parlare al pubblico prima di ogni pezzo, presentando i vari brani e non lesinando aneddoti, “consigli per l’ascolto”, brevi note tecniche.
Facendo uno strappo al programma, il concerto ha avuto inizio con una struggente Manha de Carnaval di Luis Bonfà, che qualcuno conosce come leit-motiv del film “Orfeo Negro”.
Una esecuzione impeccabile, resa al meglio anche grazie alla piccola e straordinariamente sonora chitarra Mario Grimaldi suonata da Vinicius, ideale per introdurre il primo pezzo ufficiale in programma, una “valsa” del compositore brasiliano Dilermando Reis, anche nota come “Se Ela Perguntar”.
Questo pezzo, da non molto assurto agli onori dei programmi ufficiali dei concerti (è stato eseguito anche da David Russell nell’ambito del recente festival chitarristico romano-trevigiano), ha permesso di comprendere appieno le doti espressive e tecniche dell’esecutore, che ha alternato pianissimi al limite dell’udibile e forti squillanti e netti, ottenuti senza artifici spesso abusati quali il tocco appoggiato ad oltranza e sempre sostenuti da un rigore tecnico raro da vedersi e sentirsi.
La prima parte del concerto si è poi sviluppata organicamente toccando aspetti del repertorio chitarristico sia noti che meno frequentati.
Tra i primi una superba esecuzione di Rumores de la Caleta (insieme a Cadiz e Granada) di Isaac Albeniz, restituita alle musicalissime onomatopee della scrittura originaria per pianoforte del compositore catalano e liberata dai “flamenchismi” troppo in voga in questo genere di musica nel quale non è facile cogliere l’aspetto eminentemente classico sia pure “mascherato” da popolare; tra i secondi una Junto al Generalife di Joaquin Rodrigo, che affranca il compositore dalla ingombrante paternità di Aranjuez e lo avvicina al De Falla più maturo ed espressivo. La chiusura della prima parte era affidata al Gran Solo op. 14 di Fernando Sor, a dimostrazione della versatilità stilistica di Marcos Vinicius, assolutamente a suo agio anche tra i “romanticismi” e l’ “ufficialità” del grande Nume della chitarra ottocentesca

La seconda parte, coraggiosa e fuori da ogni schema, è stata dedicata perlopiù alla produzione contemporanea per chitarra (mai cacofonica, come ha sottolineato anche lo stesso Vinicius), che ha messo in luce, oltre alle ormai acquisite doti (anzi, “doni”, come lui stesso li chiama) di esecutore di Marcos, anche quelle non meno importanti di trascrittore (Agua e Vinho, di Egberto Gismonti e, nella prima parte, il Balletto di Praetorius e il Minuetto di Telemann) e di ispiratore (Milonga de Saudade, di Pilo, dedicata espressamente al Nostro).
Ma l’apice del concerto si è toccato forse con l’incantevole This Morning in Omagh the Sun Rose Again, un brano di William Lovelady che fonde mirabilmente una rilassatezza new age mai scevra da profondità di contenuti e di esperienza di vita.

Tre bis, tra cui “Palhaço”di Egberto Gismonti, uno splendido brano dedicato “a tutti i bambini del mondo”, hanno chiuso la splendida serata e hanno dato a tutti il senso di quello che deve essere davvero un concerto: uno scambio di emozioni “alla pari”, un appuntamento con “il bello” che, sia pure difficile e anzi impossibile da definire, può essere ampiamente riconosciuto da tutti, laddove si presenta con spontaneità e grazia.

 

 

 
 
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