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di Carlo de Nonno - 25 novembre 2006
Irio de Paula, un "musicista senza spartito"
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Metti un pomeriggio di una lunga estate romana, di quelle che durano fino a novembre…metti un popoloso quartiere e un bar stranamente tranquillo – eccetto il rumore della barista che sbatte i filtri del caffè - e arredato come uno studio televisivo anni Settanta…
metti un riservato signore dall’accento brasiliano… metti un emozionatissimo musicista che corona un suo sogno antico e per farlo si traveste da cronista…
metti che quel signore brasiliano è un mito della chitarra che attraversa ogni genere per essere solo musica... metti che quel signore ti incanta esibendo senza timore il suo orgoglio di essere autodidatta, istintivo, di essere un musicista senza spartito, di essere un musicista che gira…
metti che quel signore emana serietà e rigore più di tanti pretesi accademici… metti che a te viene in mente che tutto questo patrimonio immenso possa essere di insegnamento a tanti giovani, a tanti non giovani, a tanti…
metti che un sito Internet di chitarra classica, intelligente e fuori dagli schemi, accetti di ospitare me e questo signore dagli occhi di bambino, che quando suona viaggia “perché è troppo bello viaggiare…”
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 Foto: Codazzi
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Ascoltandoti suonare si ha la precisa sensazione che la tua arte viene da molto lontano. Vuoi raccontarci che musica sentivi intorno a te da bambino?
Da bambino non è che abbia avuto grandi influenze musicali, anzi, si può dire che non ascoltavo nessuno perché ero preso dalla chitarra in modo assoluto. Bisogna considerare che io sono completamente autodidatta e che ho assimilato la musica in maniera quasi inconsapevole: in pratica a 6-7 anni avevo già raggiunto un livello professionistico, al punto che mi esibivo negli auditorium di Rio de Janeiro e anche in televisione. Ma davvero non riesco a individuare una influenza particolare sul mio modo di suonare, né da parte di un musicista né da parte di un determinato ambiente musicale.
Hai cominciato subito con la chitarra?
No, in Brasile spesso la prima esperienza musicale è legata al ritmo, si comincia con le percussioni di qualsiasi genere. Ma prima ancora della chitarra suonavo il cavaquinho, una chitarra di piccole dimensioni, a 4 corde, con un’accordatura un po’ particolare (RE SOL SI RE) con corde tutte acute, senza bassi. Questo mi dava un senso di incompletezza e allora, quasi subito, sono passato alla chitarra.
L’ambiente familiare ha favorito il tuo avvicinamento alla musica?
Beh, c’era una chitarra in casa ed era di mio padre. Lui non aveva imparato niente ma era felicissimo che l’avessimo imparata io e un mio fratello più grande. In effetti eravamo 5 fratelli, tutti musicisti, uno suonava l’ukulele. Abbiamo formato un gruppo e lavorato insieme per 11 anni. Abbiamo registrato perfino un 78 giri. Eravamo tutti piccolini… Io sentivo di avere un dono di natura particolarmente forte e, anche se sapevo dell’esistenza di molti altri bravi musicisti, non sentivo il bisogno di confrontarmi con loro. Ripeto, la mia formazione è stata quella di un autodidatta, ma nel vero senso del termine. Ho appreso da me stesso.
Ricordi la tua prima chitarra?
Ricordo la chitarra del mio fratello maggiore, ricordo che era enorme per me, bambino, e che dovevo fare i salti mortali per riuscire ad imbracciarla e a sedermi per suonarla. In pratica, mi nascondeva alla vista del pubblico e io stesso non guardavo mai il pubblico.
Subito professione, quindi, non è mai stato “gioco”?
Sin da piccolo mi sono accorto che non era un gioco ma una cosa seria. Mi impegnavo in modo totale a cercare accordi molto particolari, che gli altri non facevano. Ero considerato un bambino prodigio e i vecchi musicisti che mi sentivano si chiedevano: “chi è quello?”. Ma io non mi curavo di loro, salivo sulla sedia e suonavo. Appoggiavo la guancia alla cassa armonica e non guardavo nessuno.
Il tuo strumento “storico” è la chitarra in tutte le sue forme (classica, elettrica, acustica) ma, come ci hai detto, hai avuto esperienza di altri strumenti musicali come il cavaquinho. Puoi citarne ancora qualcuno?
Sono strumenti molto interessanti, anche se poco usati qui. Del cavaquinho ho già detto… Poi c’è stata anche la viola dinamica, una chitarra accordata a quarte, diciamo tra il cavaquinho e la chitarra vera e propria. Una volta era molto usata e si sentiva in tanti dischi di musica brasiliana, ma ora si suona poco anche in Brasile. Ne ho una a casa ma non la suono mai. Tra l’altro la viola dinamica e il cavaquinho si suonano con la penna e a me non piace molto suonare con la penna.
Ti piacerebbe fare qualcosa per rivitalizzare questi strumenti così importanti per la musica del tuo paese?
In effetti sta per uscire un mio CD dedicato ai choros popolari di Rio de Janeiro, dove suono la chitarra a 6 corde, quella a 7 corde e il cavaquinho solista. Ho registrato tutto io e devo dire che la chitarra a 7 corde (una chitarra che monta una settima corda accordata in do o in re sotto il mi basso – N.d.R.) è molto importante nei choros. Non c’è un vero e proprio basso: la chitarra a 7 corde fa il contrappunto, il cavaquinho e la chitarra a 6 corde si alternano tra melodia e accompagnamento. Naturalmente non mancano le percussioni.
A proposito, nel tuo modo di suonare, l’aspetto ritmico e percussivo ha una grande importanza: hai mai suonato professionalmente anche qualche strumento a percussione?
No, ma in effetti mi piace talvolta usare la chitarra come uno strumento a percussione.
Tornando al tuo “dono di natura”, non c’era un musicista che ascoltavi in modo particolare e che magari può averti influenzato?
Non mi sento influenzato da altri musicisti, come ho già detto. Il mio è uno stile continuamente diverso: una volta ho messo su un disco mio e io stesso non riuscivo a suonarci insieme. Ogni volta che suono creo in quello stesso momento.
Sei di Rio de Janeiro ma vivi da tantissimo tempo in Italia: cosa ti lega ancora al tuo luogo di nascita, alla tua terra?
I miei legami sono soprattutto con la mia famiglia, che sento quasi tutti i giorni, e con i miei amici. Rapporti ottimi, così come con l’ambiente musicale. Ho ancora tanti amici musicisti e, anche se sono stato 25 anni senza tornare in Brasile, ho lasciato un buon ricordo, tutti si ricordano di me.
Ma l’ambiente può influire sul modo di suonare?
Non per me. L’ambiente non ha avuto alcuna importanza. Potevo nascere in città, in campagna, al mare… Io sono nato per suonare, e sarebbe stato così dovunque.
È celebre il tuo rapporto con Vinicius de Moraes, che ti chiamava: “Il mio figlio nero”. Vuoi raccontarci della tua esperienza artistica e umana con lui?
È strano, perché in Brasile, prima che venissi in Italia, i miei incontri con Vinicius non erano molto frequenti e il nostro rapporto si limitava a “ciao, come stai?”. Ma poi ci siamo incontrati in Italia, quando lui venne in tournée con Antonio Carlos Jobim e Toquinho. Ero a un loro concerto, un pomeriggio, e Toquinho mi invitò sul palco; quando Vinicius mi vide disse “ah, mio figlio nero” e mi abbracciò con grande spontaneità. Quando andavo a sentirlo mi invitava sempre sul palco ma io preferivo restare tra il pubblico, per ascoltare lui e i suoi musicisti. Aveva una grande umanità.
Ma non hai mai collaborato con lui?
No. Io lavoravo con Baden Powell, eravamo ragazzini, avevo 12 anni e lui 14 e facevamo un programma radiofonico insieme. Prima di Toquinho Vinicius chiamò Baden per suonare con lui, successivamente si aggiunse Toquinho. Era una esperienza bellissima sentirlo dal vivo, perché alternava musica e poesia sempre con grande sentimento, grande intensità.
 foto: Carlo de Nonno |
Hai anche suonato in duo con tuo figlio Roberto, anch’egli dotatissimo chitarrista. Sei stato tu il suo maestro? No, per niente, non so insegnare, non avendo avuto un maestro. Roberto l’ho lasciato in Brasile che aveva due anni. A 14 anni mi ha raggiunto in Italia e sulla chitarra sapeva fare poco, diciamo il giro di do. Ma il ragazzino disse che gli sarebbe piaciuto imparare e allora mi dissi “d’accordo, lo porto in giro con me e verrà un giorno che mi chiederà qualcosa”. Dopo una settimana voleva suonare dei brani che suonavo io. Ho preso la chitarra, li ho suonati e lui li ha rifatti uguali, ricordo le sue mani piccole... E così, continuando a chiedermi, ha ampliato il suo repertorio e ha fatto progressi rapidissimi, al punto da diventare l’attrazione in un gruppo brasiliano (con mulatte, ecc.). Poi ha continuato la sua carriera autonomamente. |
Quindi non sei tu che ti sei accorto del suo talento ma è stato lui a mostrartelo…
Forse è stata la mia lontananza ad aiutarlo, altrimenti avrei potuto condizionarlo troppo. Invece è stato lui a chiedere a me. Però dall’Italia gli mandavo i miei dischi e a lui già piaceva la mia musica. Di solito a un ragazzino piace di più il rock, invece a lui no. È l’unico che può imitarmi perfettamente.
L’improvvisazione e l’inventiva sono parte integrante della tua musica: come dici tu stesso, sei un “chitarrista senza spartito” e dalla tua musica emana sempre un grande senso di libertà espressiva, anche quando ti cimenti negli standards più noti. Basta questo per definirti un jazzista? Tu ti senti un jazzista nel pieno senso del termine?
La mia anima brasiliana e la mia anima “jazz” convivono una accanto all’altra. In genere è lo strumento che adopero a farmi “commutare” il cervello in un senso o in un altro. Infatti per il jazz o il blues adopero solo la chitarra elettrica, con tutto il suo linguaggio specifico, mentre con la chitarra classica suono il repertorio brasiliano, ma è proprio il “sapore” che è diverso, anche perché personalizzo sempre sia gli arrangiamenti che l’ interpretazione. Però ci sono delle eccezioni: di recentemente ho fatto un concerto di samba con Dario Deidda (un eccezionale bassista) in cui suonavo la chitarra elettrica: musica brasiliana di prim’ordine. Un divertimento totale.
Le prime volte che ti ho ascoltato è stato in televisione, quando ancora si facevano trasmissioni come Amico Flauto, in cui si suonava rigorosamente dal vivo e in cui si poteva ancora fare musica di qualità senza problemi di audience. Cosa pensi dell’attuale situazione della musica rispetto ai mezzi di comunicazione come la televisione e la radio?
Meglio non dire niente. Sono stato fortunato a trovarmi qui in Italia negli anni Settanta, c’era molta professionalità nella televisione italiana, anche a livello dei tecnici audio. Ho debuttato nel 1973 e fino all’inizio degli anni Ottanta è stato tutto perfetto, alla gente piacevano i programmi di musica strumentale e se ne facevano di raffinatissimi, ai quali ho partecipato… Poi è sparito tutto. Mi dispiace dirlo ma, dal punto di vista della musica strumentale, il boom dei cantautori è stato deleterio e poi, con il dilagare della musica commerciale, dell’industria discografica, è stata la fine della musica di qualità, nel senso che non se ne trasmetteva più. Oggi siamo arrivati al punto che neanche più alle 2 di notte si vedono filmati di Umbria Jazz. Incredibile. Mi dispiace, perché prima alla Rai era tutto meraviglioso.
In Italia sei amatissimo. Proprio questa estate ho conosciuto un ragazzo a cui il padre, tuo fan appassionato, ha messo il nome “Irio”…
(ride di gusto...) Conobbi anch’io una coppia che mi disse che se avessero avuto un maschio lo avrebbero chiamato Irio, altrimenti… Iria!!!! Questo è divertente oltre che gratificante perché in Brasile stesso Irio è un nome poco diffuso. Comunque sono cose che nessun denaro ripaga. E penso di ricevere tanto amore dal pubblico italiano perché ho sempre rispettato il mio essere musicista, sono sempre stato serio, non ho mai fatto cose strane. Ho fatto sempre quello che sentivo, nel pieno rispetto della musica.
Tornando all’Italia, come è stato il tuo impatto con il nostro Paese?
Una vera grande sorpresa. Consideriamo che sono venuto con un gruppo di 12 musicisti e il mio nome non era in cartellone come solista. Era bello, c’erano degli arrangiatori che scrivevano le parti per tutti e già allora ero l’unico a non avere lo spartito davanti. E pensare che non sapevo che avrei dovuto suonare qui: era programmata una tournée in Europa ma solo una settimana prima ho saputo che saremmo venuti anche in Italia. Io suonavo dei pezzi con una cantante. Abbiamo debuttato al Sistina di Roma e poi siamo andati in Toscana. Abbiamo cominciato lo spettacolo come sempre e dopo il quarto brano lei è uscita di scena e io, per riempire il momento di vuoto, ho posato la chitarra elettrica e il plettro, ho preso quella classica e una sedia e ho fatto un brano. Fu un successo strepitoso, il teatro intero chiedeva il bis e anche la cantante dalle quinte mi fece segno di andare avanti, molto commossa. E allora ho continuato. Poi ho firmato un contratto per un festival jazz a Pescara. Era buono perché all’epoca (anni Settanta) non c’erano tanti festival. A quel punto, vista l’accoglienza meravigliosa che il pubblico riservava alla mia musica, ho deciso di rimanere in Italia, ma ci sono stati anche momenti difficili.
Cioè?
Beh, proprio in quel festival jazz avevo deciso di suonare in trio e, quando si è aperto il sipario, il pubblico ha visto una chitarra elettrica, un basso elettrico, una batteria e, forse non prendendoci sul serio, ha cominciato a fare rumore, sembrava di stare allo stadio, nessuna concentrazione. Il presentatore chiedeva un po' di silenzio ma niente, il pubblico ha fatto rumore per quasi un quarto d’ora con noi lì sul palco ad aspettare. Però appena abbiamo cominciato finalmente a suonare non volava più una mosca. Il sound che producevamo era pulito, elegante, bello. A ogni brano erano applausi a non finire. Una volta finito ho staccato la chitarra elettrica ma il pubblico chiedeva ancora bis. Dietro le quinte l’organizzatore era felicissimo, mi abbracciava. Io però non riuscivo a mandare giù il modo in cui era stato accolto il mio gruppo e non volevo rientrare per il bis, nonostante le preghiere dell’organizzatore stesso e non solo: personaggi del calibro di Jerry Mulligan, Oscar Peterson ed Ella Fitzgerald (che poi avrebbe cantato nella seconda parte di quella serata) mi si sono affollati intorno e mi hanno chiesto di rientrare. Allora mi sono convinto ma, prima di riattaccare la chitarra, ho fissato il pubblico in modo che sembrasse che li guardavo in faccia uno per uno. Devono aver capito perché hanno continuato ad applaudirmi: e allora ho fatto il bis e tutti venivano dietro alla nostra musica.

Foto di Alexxx
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Forse all’epoca c’era un pubblico meno educato… È sempre il solito problema: un artista, se è stato inserito in un programma, deve essere valido e bisogna ascoltarlo con rispetto. Però, se non sei conosciuto, il rispetto devi anche saperlo pretendere.
Parliamo di chitarra classica. Sei un musicista aperto, non ti poni barriere, confini. Partecipi spesso a importanti manifestazioni di chitarra classica accanto a nomi come Barrueco, Russel… Com’è il tuo rapporto con la chitarra classica, intesa proprio come strumento?
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Come dicevo prima, non ho particolari preferenze, è lo stile che mi suggerisce di usare più la classica che l’elettrica e viceversa.
Che rapporto hai con il repertorio classico per chitarra?
Lo stesso che ho con tutta l’altra musica. È qualcosa che ho dentro di me e che sono in grado di tirare fuori al momento giusto. Una volta, alla Rai, mi è stato chiesto di suonare tre pezzi, di cui uno classico. Per me non ci sono stati problemi, conoscevo un pezzo di Boccherini, ma ora non ricordo quale, e l’ho fatto. Anche quando sono a casa e suono passo indifferentemente da un genere all’altro.
Hai mai fatto rielaborazioni, nel tuo stile, di brani classici?
Sì, può succedere… Dico così perché sono cose che non programmo mai. Mentre suono sento di voler fare una certa cosa, la faccio e so che è giusta. Anche brani di Bach o della grande tradizione classica brasiliana, Villa Lobos ad esempio. Ho imparato i brani classici sentendo tanti dischi e poi mi piace trattare questo repertorio come una serie di idee che rielaboro di volta in volta.
Dunque non suoni mai con una scaletta definita?
Mai. A volte mi dico: “Irio, sei pazzo!”. Perché a volte mi ricordo improvvisamente di pezzi che non suonavo più da anni e li inserisco nel programma del concerto che sto facendo in quel momento. E me li ricordo tutti.
Sono cose un po’ paranormali…
Direi di sì… in queste cose sono un po’ pazzo. Mi sono realmente accadute.
Con che chitarra suoni attualmente? Ti interessi di problemi di liuteria?
Suono con un’Admira ma ad essere sinceri non do tanta importanza a certi dettagli di costruzione dello strumento. Sono convinto che una chitarra, come dire… “basta che suona…”.
Quando suoni mostri una grande mimica facciale: un’espressione a volte molto concentrata a volte molto distesa, talvolta intensa talvolta sorridente. Mi piacerebbe sapere a “cosa pensi” mentre suoni…
Quando suono io viaggio e per me non c’è nessuno davanti. Viaggio perché è troppo bello viaggiare. Sembra una cosa retorica ma non lo è. Non sento neanche gli applausi, sto proprio fuori. E ascolto le sensazioni che provocano in me un certo accordo, una certa cadenza. Mi è capitato di suonare anche dopo essere stato molto male, magari in ospedale. Niente, sul palco mi passa tutto.
Grande funzione terapeutica della musica…
Voglio dire che quando salgo sul palco è come se non fossi più io, proprio non ci sono più. È una cosa che provo da tanti anni.
Per te la musica è un’espressione della mente o dell’anima?
Io sono un istintivo e dunque è chiaro che l’anima deve esserci, devi sentire interiormente quello che fai; ma il cervello deve essere sempre attento, funzionare perfettamente, per consentirti di ragionare su quello che stai per fare e stai facendo. Anche nei cambiamenti più improvvisi, se prendo strade impreviste, so sempre cosa sto facendo un attimo prima di attaccare le corde.
Di tanto in tanto usi anche la voce nelle tue esecuzioni (“Nega”, “Eu nao quero”). Ti piace cantare?
Sì… Però canto raramente. Cantare è bello ma solo se non sei obbligato. E io se voglio cantare canto, altrimenti non ho bisogno di farlo perché sono un musicista e preferisco comunque suonare. Per esempio in uno dei miei ultimi CD, registrato dal vivo, ho avuto voglia di inserire due pezzi cantati e l’ho fatto ma proprio perché mi sono ricordato di come li avevo inseriti nel mio programma: suonavo, suonavo, m’è venuta voglia di cantare e l’ho fatto. Comunque, accade raramente.
Ma l’effetto è originale, non somiglia a niente altro… è come se seguissi una linea dei bassi con la voce.
In effetti quando canto uso la voce come uno strumento, non come farebbe un vero cantante.
La tua musica sembra solo e assolutamente istintiva. Ma si capisce che c’è anche un grosso studio, anche se non certamente di tipo classico, alle spalle. Come “studia” un chitarrista come te?
Anche di questo mi rendo poco conto. Voglio dire, avverto che sto facendo dei progressi mentre suono però non mi rendo conto di come ciò possa accadere perché riesco sempre a realizzare tutto quello che sento, senza problemi. Io studio “suonando”, non riesco a dire diversamente.
Cosa ti sentiresti di consigliare, dal tuo punto di vista, a un chitarrista di impostazione classica per arricchire il suo modo di studiare?
È difficile rispondere. Però credo che bisogna essere molto rigorosi nello scegliere un tipo di musica e continuare su quella strada. Ad esempio, personalmente vedo tanti chitarristi classici cimentarsi nel repertorio brasiliano (bossa nova, samba) ma si sente benissimo che è tutta un’altra cosa.
L’associazione Suoni Nuovi dedica particolare attenzione all’insegnamento per bambini e ragazzi. Ti è mai capitato di suonare per un pubblico molto giovane, nelle scuole per esempio?
Parecchi Conservatori italiani mi hanno chiamato per tenere veri e propri seminari ma io non ho mai voluto. Perché io sono un musicista che gira, che fa concerti, non un musicista che insegna. E ripeto che non saprei da dove cominciare per fare una lezione. Non faccio seminari, però se si tratta di una conversazione con i ragazzi dei Conservatori sulla chitarra brasiliana, questo lo posso fare ed è accaduto.
Da cosa cominci?
Faccio ascoltare loro degli esempi di vari generi di musica brasiliana, dal choro alla bossa nova, al samba, al folclore, e poi chiedo se hanno domande e da lì si sviluppa una conversazione.
Suoni Nuovi è un sito di chitarra classica che non ama le barriere tra gli stili. Trovi che la comunicazione tra artisti, e in particolare tra chitarristi appartenenti a diversi generi, sia difficile?
Sembra strano ma un po’ di rivalità c’è più con i jazzisti che con i chitarristi classici. Io dico sempre che so fare il repertorio brasiliano ma so fare anche il jazz… Quanti jazzisti potrebbero dire di saper fare il repertorio brasiliano? Ma sono piccole canzonature… Siamo tutti amici.
Hai collaborato anche con prestigiose orchestre sinfoniche, a dimostrazione che la musica, la buona musica, non conosce frontiere. Ci vuoi parlare di quell’esperienza?
Eravamo due solisti, un sassofonista argentino e io. L’orchestra era la sinfonica di Sanremo. Un’orchestra al gran completo, 60 elementi, direttore e tutto quanto. Anche lì, naturalmente, tutti con gli spartiti tranne me. Ormai sono abituato. Ma questo ti fa capire quanto sia importante avere accumulato tanta esperienza suonando continuamente. Poi puoi fare musica di tutti i tipi, senza problemi. Nella prima prova con l’orchestra ha funzionato tutto e c’è stato l’applauso dei professori. In realtà io posso suonare senza spartito perché ho due radar, sì! (ride)
Oltre che esecutore sei anche un valente compositore. Alcuni tuoi pezzi come Gostosinho o Banguzinho sono diventati dei classici. Quando componi pensi subito alla chitarra o ti capita di pensare una melodia o un ritmo indipendentemente dallo strumento?
Ma guarda, magari sono su un aereo da Rio e mi viene in mente un motivetto… a Roma è già finito!… Così è nato uno dei miei primi pezzi, che ancora oggi mi è molto richiesto. Comunque, niente lavoro a tavolino. Magari mi viene un’idea suonando una sequenza armonica mentre guardo un documentario alla televisione senza l’audio… Ma può accadere anche lontano dalla chitarra, come dimostra l’episodio dell’aereo.
Hai un’attività concertistica molto intensa che ti porta a girare in lungo e in largo l’Italia e il mondo intero. Noti differenze significative tra i pubblici dei vari paesi? E in Italia?
No, non sento nessuna differenza. Diciamo che il pubblico del Nord ascolta più in silenzio mentre quello del Sud è più caldo e divertente ma non c’è altra differenza: quando la musica è buona il pubblico è sempre attento.
Nel corso delle tue tournées ti è mai capitato qualcosa di particolare, nel bene e nel male?
Beh, l’episodio di quel festival jazz di cui ho parlato prima è stato un grande banco di prova perché, in quei casi, se non hai fiducia in te stesso finisci per non amarti più, non suonare più, cedi completamente ai nervi. Però mi è stata raccontata anche una cosa molto tenera, di un vecchietto, in Romagna, che era andato a vedere chi stava suonando – perché la moglie aveva sentito il suono di un gruppo – e di ritorno le ha fatto: “Ma guarda che è uno solo!”.
Ricordi una cosa particolarmente bella che ti ha detto qualcuno del pubblico dopo un concerto?
Una cosa bella che mi succede sempre è che la gente arriva da me e mi dice “grazie, grazie” per quello che ho dato.
E tu, vincendo la tua proverbiale timidezza, cosa vorresti dire al tuo pubblico prima o dopo un concerto?
Hai detto bene, timidezza, è proprio così. Non riesco a esprimermi molto con le parole. Ma il pubblico dei miei concerti è molto attento, rispettoso e mi dà tanto amore. E anche io sento di ringraziarlo per questo.
E allora, anche da Suoni Nuovi, grazie Maestro, anzi: “Obrigado”!
Questa intervista è stata resa possibile dalla volontà di Adriana Tessier, dalla disponibilità di Isa Fontana, dalla esperienza di vita di Irio de Paula. Grazie a Rosalia per le virgole e non solo
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