MASTERCLASS CON LEO BROUWER - Latina, 10 e 11 aprile 2010

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Intervista con MARCOS VINICIUS

di Adriana Tessier - febbraio 2004

Marcos Vinicius, il suono dell'incanto


Anche se non siete chitarristi, prima o poi vi capiterà di ascoltare Marcos Vinicius. Potrà sembrarvi un caso ma poi vi accorgerete che non lo è, perché nel suo suonare percepirete un modo di essere, vivere e comunicare che pare viaggiare sulle stesse frequenze dei suoni che fluiscono dalla sua chitarra.
Se le parole rappresentassero la sintesi di un concetto, allora per descrivere Marcos Vinicius verrebbe spontaneo parlare di tocco limpido e tecnica brillante, originalità ed inventiva, passione, comunicatività e spessore umano...
E, ancora, di convinzione, idealismo, senso mistico, spiritualità...
Questi stessi termini, però, non lascerebbero sufficiente spazio alla lettura più ampia e sottile che invece merita una personalità così ricca e sfaccettata che ha trovato nell'arte il perno attorno al quale far ruotare ed espandere la propria vita.
Una personalità che, per essere "capita", più che di essere descritta ha bisogno di essere ascoltata. Attraverso la musica, con semplicità, con il cuore.
Esponente di primo piano a livello internazionale tra i chitarristi della nuova generazione, Marcos Vinicius affianca ad un'intensa attività concertistica quella di trascrittore e revisore di importanti opere per chitarra classica.
Attualmente dirige l'intera collana "Marcos Vinicius Guitar Collection", edita in Italia dalle "Edizioni Carrara" di Bergamo, è Presidente dell'Accademia della Chitarra Classica di Milano e Direttore Artistico del Music Arts - Festival Internazionale di Musica di Legnano.
Diversi compositori, tra cui gli italiani Paolo Colombo e Antonio Brena e i brasiliani Julio Borges, Claudio Tupinambà e Alexandre Pilò, gli hanno dedicato opere di singolare valore per lo strumento.


Hai tenuto il primo recital a soli 14 anni. L’emozione di allora è paragonabile a quella che provi oggi salendo sul palco? Cosa c’è di uguale e cosa di diverso?

Penso che ogni recital, ogni concerto, sia un momento unico e irripetibile. Per questo affermo con certezza che l’emozione provata quel giorno è stata diversa ma al tempo stesso comune ad altre nella sua grandezza e nella gioia di suonare per gli altri…Un qualcosa di magico che sento tuttora e che mi auguro di continuare a sentire in futuro.

Ricordi il programma che hai eseguito?

Si, qualcosa ricordo: dei “Ricercare” di Vincenzo Galilei, alcuni brani di musica brasiliana adattati da me (e che riproporrò nel mio prossimo disco), una Bourrèe e una Double di Bach, due opere di John Dowland, tra cui “Melancholy Galliard” e, alla fine, Introduzione, Tema e Variazioni op. 9 di Sor.

A quale musica o musicista eri particolarmente legato da ragazzo? E oggi?

Il primo musicista a cui mi sono affezionato è stato il chitarrista brasiliano Baden Powell. Quando poi ebbi l’occasione di sentire un LP del grande Andres Segovia, ricordo di essermi detto: “Dio, è questo che voglio fare!”.
Attualmente non prediligo un musicista in particolare ma provo profonda ammirazione per tutti quelli che compiono la loro opera con amore e passione.

Quello della musica è uno dei pochi campi nei quali, solitamente, si comincia ad accumulare esperienza da giovanissimi, quando non si hanno ancora altrettante esperienze di vita. La tua maturazione artistica è avvenuta di pari passo con quella personale?
Credo che la propria crescita come uomini sia fondamentale anche per la propria crescita come musicisti. Molti, purtroppo, pur avendo la possibilità d’essere davvero grandi, si perdono o si auto-condannano a causa di una scarsa flessibilità, di un’estrema necessità di affermarsi attraverso quello che dicono piuttosto che attraverso quello che fanno, o per l’incapacità di capire le difficoltà e i limiti degli altri. Ho sempre pensato che essere, nel vero senso della parola, un musicista, sia un onore, quasi una benedizione, soprattutto perché con la nostra arte dovremmo portare pace e gioia nel mondo e ad ogni essere umano. Questo non è un compito per chiunque, perché richiede una profonda crescita interiore che si acquisisce soltanto con disciplina e dedizione verso se stessi e facendo sì che le esperienze, belle o brutte che siano, ci trasformino in modo positivo rendendoci veri artisti piuttosto che semplici “operai” dell’arte.


C’è stato un momento in cui hai percepito nettamente che “da grande” saresti stato un musicista?

Si…quando ho visto una chitarra per la prima volta!

In che misura la chitarra risponde alle tue esigenze espressive? Credi che un altro strumento ti avrebbe consentito altrettante sfumature e di sentirti ugualmente realizzato?

Qualunque strumento avrebbe risposto alle mie esigenze espressive perché l’avrei comunque usato come un mezzo per parlare all’umanità.

Quali sono le cose che, da ragazzo e in fase di formazione, desideravi ti venissero trasmesse?

Volevo imparare tutto quello che andasse oltre i soliti movimenti delle dita. Sentivo che c’era qualcos’altro ma non sapevo cosa. Sono sempre stato inquieto (lo sono ancor oggi), niente mi soddisfaceva del tutto. Ma penso che questo atteggiamento sia caratteristico di coloro che vogliono andare avanti… sempre di più e con un instancabile spirito di ricerca.
Poi ho capito che bruciavo le tappe e che non godevo dei miei piccoli successi. Ho cominciato a pensare che se mi fossi fermato un attimo e avessi iniziato a vedere le cose in modo diverso, a vivere con maggior intensità le mie conquiste, avrei dato a me stesso la possibilità di intravedere altri orizzonti.
E cosi è stato.
Ho incontrato un maestro brasiliano, Leo Soares, che da un punto di vista tecnico non mi ha dato molto, perché non era necessario, ma che mi ha insegnato a parlare… questa volta con la Chitarra, però.

Tra quelli che hai ricevuto, esiste un insegnamento che reputi particolarmente importante da un punto di vista sia umano che musicale? Quale trasmetti a tua volta agli allievi?

“Alzati e cammina”… il più bel connubio del mondo e che si applica a tutto quello che facciamo. Con il successo o no, potremmo anche volerci sedere e non alzarci più. Cosa trasmetto agli allievi? La stessa cosa, ma cercando di far capire che anche l’errore può essere di aiuto. Allora, alzati e vai!

Lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung affermava che sarebbe arrivato il giorno in cui non sarebbe stato tanto importante ciò che l’ insegnante insegna ma quello che egli è. Cosa ne pensi?

Con tutto il rispetto per questo grande psichiatra, che tra l’altro è stato uno dei pochi nel suo settore a percepire e credere che esista qualcosa oltre la nostra mente razionale, non sono assolutamente d’accordo con lui.
La Teoria dell’Informazione si basa sui meccanismi di emissione e ricezione che esistono tra un mittente e un ricevente. Un maestro, o insegnante che sia, si trova davanti il ricettore che a sua volta può o meno trovarsi come mittente se riesce a ricevere e capire le informazioni riguardo ai temi che, in quel momento, il maestro gli propone, e conseguentemente elaborare ed esternare domande e esempi al maestro stesso.
La capacità di suonare bene non corrisponde necessariamente all’essere in grado di insegnare bene, fortuna che tocca a pochissimi nel mondo del concertismo. Per questa ragione non credo che il fatto di “essere” sia sufficiente per insegnare, anche perché richiederebbe all’altra parte (l’allievo) un livello di percezione estremamente alto.
Sono d’accordo però sul fatto che se il maestro porta con sé la carica emozionale necessaria come persona ed usa tale risorsa, allora potrà stimolare gli allievi. In questo caso, quello che si “è” aiuta ma non è comunque sufficiente.
La gestualità dimostra il nostro carico emozionale! Il corpo è il veicolo dell’anima… Le parole sono i veicoli che portano i nostri pensieri e le nostre conoscenze agli altri. “Essere” soltanto non sarà, dal mio punto di vista, mai abbastanza.

Nei programmi dei tuoi recital inserisci in grande misura brani di autori contemporanei che scrivono cose interessanti ed ispirate senza adoperare necessariamente un linguaggio di rottura.
Ho notato che sono molto apprezzati dal pubblico - in particolare i brani di William Lovelady - e questo farebbe pensare che si ha ancora molto bisogno di ascoltare musica per il semplice piacere di farlo e di gioirne. Che ne pensi?

Secondo me la Musica è un linguaggio che non necessita di traduzione e desidero immensamente che ogni frase musicale possa raggiungere direttamente lo spirito e il cuore di chi mi ascolta. Se riesco nel mio intento, ognuno la sentirà e porterà con sé per un suo particolare motivo... e, nel mio piccolo, sentirò di essere stato il veicolo di quella serata e di aver dato un contributo per un mondo migliore.
Certamente, chi conosce la musica nelle sue diverse forme e strutture, cioè i musicisti e in questo caso anche i chitarristi, nell'ascoltare raccoglierà sfumature che il pubblico "semplice" (tra virgolette perché un pubblico per me non è mai semplice) non riesce a percepire e che dal mio punto di vista non è necessario percepisca. È bello quando il pubblico respira con te e in un moto perpetuo scambia e ti aiuta a mantenere quell’invisibile, sottile ma fondamentale flusso di energia che ci avvolge.
Quando parli del mio repertorio e delle mie scelte, parli in realtà del risultato di una continua e non facile ricerca il cui intento è quello di riuscire a combinare autori tradizionali con quelli contemporanei in un unico repertorio.
Percepisco che le opere, indipendentemente dal loro grado di virtuosismo o dalla loro struttura (rinascimentale, barocca, classica e cosi via) risultano molto più gradite quando permettono al pubblico un coinvolgimento, come se il pubblico stesso potesse capire, sentire e cantare una piccola frase di quell'opera.

Cosa pensi delle musiche che sembrano mirare all'intelletto piuttosto che al cuore del pubblico?

Secondo la mia opinione, tutti gli autori d'oggi - i cosiddetti autori contemporanei - che usano la loro fertilità musicale con intelligenza e passione, riuscendo a fondere il linguaggio contemporaneo con quello tradizionale, creano musica di grande valore non solo per il nostro repertorio ma anche per il grande pubblico: un esempio è proprio William Lovelady che tanto ammiro come persona e come musicista.
Tornando alla necessità di ascoltare musica per il puro piacere di gioirne, penso sarà un’ eterna costante nella vita di ogni essere umano, ma credo che queste sensazioni possano provenire anche dalla musica molto “intellettuale” o per gli “addetti ai lavori”.
Tutto dipende di chi la suona, da come la suona e come la trasmette. È di estrema importanza che i compositori d'oggi possano scrivere musica per tutti e non solo per se stessi e sono sicuro che questo sia possibile. È triste quando la musica scritta diventa soltanto esibizionismo rivolto alla scrittura stessa uccidendo talvolta temi di infinita bellezza.

Vivi in Italia da oltre 10 anni. Da un punto di vista sia umano che artistico, hai dovuto cercare l’integrazione tra la cultura latino-americana e la cultura europea oppure il processo è avvenuto naturalmente?

Sono sempre stato una persona semplice e molto flessibile. Ovviamente, essere amabile, dimostrare fiducia e gratitudine alle persone che ci stanno intorno sono delle virtù che possono sicuramente aprire delle porte importanti sia per una crescita personale che professionale.
Comunque ho sempre rispettato la cultura italiana: questo è un Paese che amo davvero tanto e mi sento proprio italiano in tutti i sensi (tra l’altro nessuno mi dice che sono un brasiliano!!!).
Nella vita, per riuscire, è fondamentale fare la differenza, sia come persona che come professionista. Piantare i semi in una agriCULTURA millenaria è qualcosa di davvero impegnativo ma già dal principio sapevo che avrei potuto imparare tanto qui… e, nello stesso modo, contribuire.

Le tue interpretazioni sono ricche di sfumature e la scelta del repertorio è molto attenta. Quanto hanno contato la sensibilità e le tue radici culturali nella scelta dello strumento e nella scelta del repertorio? Riconosci nel tuo stile esecutivo l’influenza della tua cultura?

Prima di tutto grazie dei complimenti che mi fai, carissima Adriana. Certamente, la mia cultura mi aiuta sia nelle scelte che nel mio modo di suonare, ma, comunque, se fossi nato in qualsiasi altra parte del mondo sarei arrivato qui con la mia passionalità e la mia grinta, che cerco di mantenere e curare in ogni momento della mia esistenza.

L’intera America latina è molto trascurata dai media europei ed il suo irradiamento – tra l’altro filtrato da un esotismo che alimenta soltanto ignoranza - è limitato al calcio, alla musica e alle icone di mitici rivoluzionari ...

Hai ragione, Adriana. Non credo però che sia soltanto trascurata dall’Europa… Penso anche che la cultura sudamericana avrebbe potuto farsi più presente, farsi valere di più. Sai, oltre ad avere talento, grinta, determinazione e dedizione, ho dovuto lavorare tanto e non ho mai mollato di fronte alle difficoltà che talvolta mi sembravano insormontabili e tra l’altro non ho mai delimitato la mia arte…volevo essere per il Mondo e non solo per il mio Paese.
Purtroppo, percepisco molto chiaramente che gli artisti sudamericani, come persone, hanno la cattiva abitudine di scoraggiarsi alla prima difficoltà e questo mi lascia perplesso e allo stesso tempo triste.

In diverse occasioni hai affermato che la musica è una delle espressioni umane più alte e complete e che il talento è un dono da condividere per portare gioia; che il successo non è fine a se stesso ma un veicolo per l’arte e che la bravura in sé non è nulla senza crescita e maturazione interiori dell’individuo.
Sono affermazioni che lasciano trasparire sensibilità, dedizione, profondità ed una concezione di unità spirituale tra arte, essere umano e vita. Da quali tuoi vissuti e contesti umani, artistici e culturali nascono queste concezioni?

La triade arte, essere umano e vita, fa parte dell’esistenza di chi vede il proprio dono come una missione e non come un lavoro o una professione. In realtà è molto bello poter vivere in questo mondo portando una forma d’Arte che raggiunge direttamente lo spirito e l’anima di chiunque e quindi non necessita di traduzione per essere compresa. Per questo affermo che la Musica è una delle più alte e complete forme di espressione.
Il talento, invece, è diverso dalla potenzialità o capacità di suonare anche se, per farlo valere, sono necessari tanta dedizione, studio, determinazione e perseveranza; bisogna quindi avere con sé il desiderio e la volontà di perfezionarsi sempre di più. Nel mio percorso non è finora esistito un fatto particolare che mi ha portato a queste convinzioni; sono stati il mio stesso modo di vedere la Vita e di inserirmi in questo spazio-tempo a portarmi alla consapevolezza che nulla succede per caso, che ad ogni azione segue una reazione che sarà sempre positiva se l’azione stessa contiene amore verso di sé e conseguentemente verso gli altri.

Spesso quello del musicista è un percorso di studio che si compie in solitudine. In che misura, secondo te, un artista può svilupparsi in assenza di confronto, riferimenti, sana competizione?

“Un filosofo può essere un vero filosofo se trasmette alla gente quello che pensa e perché ”. Il confronto esisterà sempre , anche senza cercarlo , non sempre siamo noi a determinare un confronto ma chi ci ascolta e giudica: “quello ha una tecnica più chiara”, “l’altro ha un suono più bello” e cosi via…
Non ho mai suonato per confrontarmi anche se ho partecipato a concorsi e ho vinto. Ho vissuto tali situazioni come un ulteriore modo per farmi conoscere, per fare una volta di più la musica che tanto amo. Ogni artista ha un suo carattere, una sua personalità e come tale viene rispettato e se possibile.

Quali ritieni che siano il ruolo e la funzione dell’arte nella società contemporanea? L’arte può rispondere al bisogno di cambiamento e di recupero dei valori da parte dell’uomo? Credi sia possibile scindere l’aspetto spirituale da quello “funzionale” dell’arte stessa?

Si possono vedere o attribuire all’Arte diversi ruoli e funzioni, ma tutto si basa sulla sorgente, cioè su coloro che fanno l’arte. Sappiamo che nella storia dell’Umanità tante opere sono state proibite, tra cui libri, film, musiche sinfoniche ed anche canzoni di carattere leggero; ed è ovvio che se queste diverse forme di manifestazioni artistiche sono state perseguitate è perché portavano in sé qualche messaggio nascosto, ma indirizzato al nostro subcosciente. Per questo affermo che dipende dalla sorgente, cioè da colui che crea e fa l’arte in quel momento, in altre parole…dall’artista. Certo è che, fortunatamente, i compositori del nostro tempo si preoccupano esclusivamente di fare la loro musica senza un scopo politico.

Oggi sei un chitarrista affermato. Le difficoltà incontrate ti hanno forgiato, ostacolato o sono state uno stimolo che ti ha spinto a lottare e a dare di più?

Le difficoltà sono state tante! Le rinunce pure! Ma ne è valsa e ne vale tuttora la pena. Ho sempre rispettato il “No” quando si è presentato nella mia vita. Accettandolo con dignità mi sono preparato per tutti i “Si” che invece ho ricevuto e aspetto con il cuore aperto tutti quelli che ancora stanno per arrivare.
Credo profondamente che ciò che non va per il giusto verso non sia una nota negativa di Dio - o di qualcuno lassù che veglia su di noi – nei nostri confronti. Penso che tutto abbia una ragione: basta percepire con il nostro spirito i segnali che ci vengono dati. La flessibilità nel camminare in questo spazio-tempo che chiamiamo Mondo vale oro per chiunque voglia lasciare una traccia su questa terra.

Qual è il tuo attuale obiettivo da un punto di vista artistico? Cosa cerchi e cosa trovi nel suonare?

Per me è importante vivere suonando nel mondo e per il mondo e quindi porto la meravigliosa arte che mi è stata donata e che intendo dare a tutti. Se la porto come un vero artista ho dentro di me la certezza di farlo con amore e che per questo arriverà dovunque e a chiunque.
Chi si occupa del “suonare per suonare”, cioè, come dicevo prima, un “operaio” dell’arte, non riuscirà mai a dare la gioia e la pace spirituale che abitano e vivono in questo fantastico mondo.

Esistono musiche o canzoni di facile consumo, magari di genere “leggero”, che ti piace ascoltare?

Ma certo che sì, e fortunatamente posso farlo. Adoro ascoltare tutti i generi (tranne alcuni che sono impossibili per la quantità di rumore) e tanti mi rilassano veramente, mi allontanano del mio quotidiano, impegnativo in tutti i sensi. Ritorno così alla mia vita di ragazzino, rinnovo le mie emozioni e la grinta indispensabili per la mia carriera, dal suonare in concerto al tenere una semplice lezione.

Quando ascolti musica o assisti ad un concerto, riesci a dimenticare di essere un musicista - e quindi a vivere piuttosto che “valutare” la musica stessa - oppure la competenza musicale prende il sopravvento?

Quando si “è” un artista è impossibile dimenticarsene. Ma mi pongo sempre come parte integrante del pubblico, cercando di vivere con gioia ogni interpretazione dell’artista che sto ascoltando, prima di tutto perché quello che sta facendo in quel preciso momento merita rispetto e secondo perché ogni opera possiede elementi e strutture che possono toccare profondamente l’anima e questo non dipende soltanto dall’interpretazione dell’artista in una particolare serata. Adoro ascoltare concerti… e non mi piace affatto giudicare.

Sono convinta che la musica comprenda ed esprima tutto - per “tutto” intendo le verità più profonde che accomunano gli uomini, anche se spesso si dà loro un nome diverso. Sei d’accordo? Cosa, secondo te, la musica esclude?

Si, sono perfettamente d’accordo. La musica ha il potere di raggiungere la nostra anima, il nostro spirito. Essendo così, ogni opera riesce a portarci in dimensioni diverse della nostra realtà ed è cosi completa che qualche volta evoca anche le nostre tristezze; ma fortunatamente lo fa con una sorta di “protezione” del nostro stato d’animo del momento, infondendoci coraggio e speranza.
Peccato che non possiamo toccarla con le mani e siamo quindi privati della ricchezza del contatto fisico, così importante per la completezza del nostro essere…
Ma, ovviamente, lasciamo questo compito alla nostra essenza.

Quando si parla di universalità del linguaggio musicale ci si riferisce di solito alle potenzialità di questa forma di comunicazione di esprimere qualsiasi sentimento e di raggiungere persone di ogni età, provenienza, ceto sociale ecc.
Attribuendo al termine “universale” il suo significato letterale, ritieni che la musica possa realmente metterci in comunicazione con il resto dell’Universo?

Si, dentro di me ho la certezza che sia così. Il pensiero è movimento, è energia! Dal mio punto di vista questi movimenti, trasformati in note, frasi e ritmo, appartengono soltanto al mondo che possiamo vedere e nel quale viviamo.
Ma in ogni struttura, in ogni piccolo o grande frammento musicale, possiamo “trovare” il compositore stesso, i suoi sentimenti e la sua vita che comincia da prima e continua durante e dopo il suo passaggio sulla Terra.
Credo che tutto rimanga qui e sia in stretto contatto con quel “lui” che ci ha lasciato sia sé stesso che le sue manifestazioni artistiche.

“Viaggiando” forse più lontano: la vita su altri pianeti è per te una possibilità concreta o pura fantascienza?

Credo sia una possibilità concreta ma che occorrerà ancora molto tempo prima di diventare una realtà ai nostri occhi. L’uomo ha tanto da crescere ancora!

Viaggi moltissimo per motivi artistici. Si tratta anche di una scelta di vita? Cosa rappresenta per te un viaggio?

Amo viaggiare! Rappresenta dare la possibilità alla gente di ascoltarmi e conoscermi, di trasmettere la mia conoscenza musicale e chitarristica ma, soprattutto, di comunicare attraverso la mia Arte che accanto all’artista esiste un uomo come tutti, con le sue gioie, le sue tristezze, le sue amarezze e la sua grande allegria di vivere e di fare quello che fa. Inoltre, il fatto di conoscere altra gente, altre culture e altre radici rende tutto ancor più meraviglioso.

Uomo, artista, musicista, chitarrista… Nel descriverti, in che ordine metteresti queste definizioni?

Sei proprio brava… l’ordine sarebbe esattamente questo.

Il sogno della tua vita… La sua realizzazione appartiene al passato, al presente o al futuro?

Ho molti sogni… La loro realizzazione è nata nel Passato, è accanto a me in questo Presente, e si conclude ora, nel Presente stesso… ma con gli occhi che guardano verso il Futuro.

Quanta importanza attribuisci al sogno, alla fantasia nella vita di tutti i giorni?

La fantasia è per me un moto perpetuo. Partendo da lì, tanti sogni e idee possono diventare realtà. Mi dà stimoli e mi spinge sempre in avanti.

Esistono per te un luogo o una dimensione dove rifugiarti quando hai bisogno di rilassarti, stare un po’ con te, “staccare la spina”?

Li creo tutti i giorni! Ma ho questo sogno di avere, in una casa mia, un luogo dove poter trovare la dimensione più profonda della mia essenza, dove chiedere per me e per gli altri e poter provare un profondo senso di gratitudine (anche se già lo provo continuamente) per la mia vita e per tutti quelli che hanno creduto e ancor oggi credono in me… Mi auguro di trovare presto e concretamente questo luogo.

Qual è la domanda che ti poni più spesso?

“Quello che ho fatto oggi mi ha permesso di ringraziare Dio e la vita per questo meraviglioso dono?”

In termini di tempo, passione, amore, la musica occupa gran parte della tua vita. Cos’altro è per te vivere?

Non dimenticare mai il bambino che abbiamo in noi. Soltanto lui ci offre la certezza che possiamo nascere tutti i giorni!

Quanto la musica ti mette in contatto con te stesso e quanto con gli altri? Quali sono i tuoi interessi oltre alla musica?

Mi sento artista ogni minuto della mia giornata ma ci sono dei momenti in cui chiedo al mio artista di lasciarmi per qualche momento, perché sono anche un essere umano con tutto quello che comporta.
Adoro leggere (leggo tantissimo) e adoro ascoltare musica che non sia la chitarra… mi fa crescere di più come musicista.
Ti stupirò ora: amo i computer e la loro programmazione. Non li vedo come macchine ma piuttosto come un insieme di pensieri di tanti uomini geniali che nell’arco della storia hanno contribuito in modo fondamentale per facilitarci tante cose nel nostro quotidiano… Però ci sono dei giorni che ci fanno proprio perdere la pazienza!

Qual è stata la tua ultima lettura? Hai un libro preferito?

Ho appena finito “Nessuno ci chiede di essere perfetto… nemmeno Dio” di Harold Kushiner. Mi interessa un po’ tutto quello che mi possa fare riflettere. Comunque amo la Filosofia e la Spiritualità.

Oltre al concertismo ti occupi anche di attività editoriale e didattica. A che punto sei con la stesura del tuo “The art of the guitar”? In cosa consiste questo lavoro?

Sono già a un buon punto, ma lo sto scrivendo con calma perché attraverso questo vorrei insegnare non solo chitarra ma anche cultura, cercando di toccare in ognuno l’anima musicale e artistica, facendo in modo che la fisicità di ognuno sia un veicolo di tutto quello che si trova nascosto dietro ogni puntino nero di un semplice spartito.

Relativamente a una scelta di vita artistica avresti qualche consiglio per gli studenti più giovani?

Siate coraggiosi perché dovrete rinunciare a tante cose a favore della carriera. Mantenete sempre la determinazione e alimentate la vostra disciplina poiché il talento da solo non basta. Studiate con passione e serietà, ricordandovi che il successo è soltanto una via e mai un punto d’arrivo. “Non scendete mai dal treno prima che arrivi alla stazione”, quella che definirete voi.

 
 
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