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di Adriana Tessier - febbraio 2004
Eugenio Becherucci, intelletto e istinto non solo contemporaneo
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Parliamo di un artista eclettico ed interessante che riunisce in sé gli aspetti migliori dell'intelletto e dell'istinto e che per il suo addentrarsi nel difficile campo della musica contemporanea può considerarsi certamente un temerario. Qualità rara, in questo caso fortunatamente supportata da grande sensibilità e raffinatezza, spirito attento, solida preparazione culturale e musicale, tecnica precisa ed un tocco caldo e pulito che ne fanno un ottimo interprete anche di repertori più tradizionalmente classici. Definirlo chitarrista sarebbe limitante... Eugenio Becherucci è un musicista nel quale convivono, in grande equilibrio, qualità apparentemente contrastanti, che si muovono generando una vivace energia propositiva, percepibile immancabilmente sia nelle interpretazioni dal vivo che nelle incisioni discografiche. |

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Di famiglia italo-spagnola, Eugenio Becherucci è oggi uno dei pochi chitarristi in grado di affrontare con sicurezza le più impervie pagine di musica contemporanea ma la sua poliedricità lo ha portato ad approfondire anche la tecnica esecutiva e la letteratura di strumenti antichi affini e a dedicare particolare attenzione al repertorio afro-americano del nostro secolo. Un suo saggio sulla letteratura per chitarra e pianoforte è apparso sulle pagine de "Il Fronimo".
Tra i fondatori del Logos Ensemble, gruppo con il quale suona in sedi prestigiose in Italia ed Europa , Eugenio Becherucci va intensificando sempre più l'attività compositiva, collaborando strettamente con diversi autori contemporanei, tra i quali Sciarrino, Donatoni, Lombardi, Pennisi e Bortolotti.
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Sei un chitarrista compositore. Segui le attuali correnti stilistiche o componi per creare qualcosa che trascenda il periodo in cui è stata composta? In che misura comporre soddisfa il tuo bisogno di creatività? E come si avvia in te il processo compositivo?
La composizione è stata per me un'esigenza espressiva fin da quando ho preso in mano per la prima volta la chitarra, intendo dire ancor prima di intraprendere gli studi musicali accademici e dunque prima di possedere realmente gli strumenti tecnici per poter meglio realizzare le mie idee musicali. Come accade a molti ragazzi anche oggi, il mio primo approccio con la musica è avvenuto in modo molto "sociale", con un gruppo di amici che sperimentavano le prime rudimentali nozioni apprese sui vari strumenti: e ciò non escludeva affatto che in questi primi esperimenti fosse presente in certo grado anche la creatività. Intendo quindi dire che, prima ancora di essere un compositore che si misura con la contemporaneità, la mia espressione artistica nasce da un impulso profondamente radicato nel mio essere: spero tanto che ciò che ne scaturisce sia il più autentico specchio di ciò che sono, anche se è difficile essere esenti anche solo da un minimo di artificio. Devo dire che, man mano che il mio processo formativo come compositore è avanzato, è aumentato nel creativo anche l'aspetto intellettivo, che ha affiancato in modo sempre più deciso l'impulso naturale e istintivo. Non c'è comunque una regola nella creazione, gli stimoli possono derivare da mille impulsi o situazioni: devo comunque riconoscere che con l'avanzare dell'età tendo ad essere meno istintivo e sentimentale, e questo si ripercuote in tutto ciò che faccio.
Nei secoli scorsi il musicista era al tempo stesso compositore, interprete, improvvisatore… Oggi questi ruoli tendono ad essere separati. Trovi sia un limite o un vantaggio?
Sicuramente vedo questo esasperato chiudersi in un ruolo ben definito, ed il più possibile ristretto, una delle pecche più grandi della società odierna, in tutti i campi. È pur vero che il vivere odierno nel mondo ipersviluppato porta ad una estrema specializzazione, e che in qualche modo l'artista è una figura anacronistica, che costituisce oggi un forte legame con il nostro passato: ma in questo vedo una valenza positiva, il nostro ruolo nella società diventa sempre più importante e prezioso. Venendo alla tua domanda, ho sempre auspicato che la figura del musicista fosse la più completa possibile, e cerco ogni giorno di avvicinarmi a questo ideale…
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Come interprete spazi tra i più diversi generi musicali. Esiste una corrente stilistica nella quale i riconosci maggiormente? Ho sempre trovato limitante essere considerato un musicista legato solo ad uno specifico genere musicale, dunque il suonare musica di altri è per me stimolante al di là di una etichettatura della musica, ma solo per l'interesse che in me suscita il suo contenuto espressivo. Altra cosa è poi come ti vedono gli altri: infatti spesso ho dovuto subire l'etichettatura di "chitarrista contemporaneo" solo perché, a differenza della maggior parte dei chitarristi, eseguo molta musica di questo genere, ma ciò non significa che non abbia avuto in passato o voglia avere in futuro un interesse progettuale nei confronti di altri periodi storici o generi diversi.
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Trovi che i diversi generi offrano lo stesso numero di potenzialità espressive? Quanto la sensibilità e la bravura di un interprete possono caratterizzare la qualità di una musica? Sei d'accordo col detto in uso in ambito jazz che non è tanto importante cosa si suona ma come lo si suona?
C'è addirittura chi sostiene che non solo l'interprete, ma addirittura il compositore (se vogliamo ancora classicamente mantenere questa distinzione) siano null'altro che il tramite tra uno spirito superiore e l'uomo nel veicolare l'arte musicale. Forse c'è qualcosa di vero anche in questo, ma qui è importante distinguere che comunque il ruolo del compositore è più importante in ambito "colto", altrimenti non ci sarebbe distinzione tra musica di alto o basso livello qualitativo, mentre nella musica popolare e/o improvvisativa il ruolo dell'interprete è sicuramente centrale in quanto egli in questo caso effettua una ricomposizione del brano interpretato.
Tra i musicisti di oggi esistono varie correnti di pensiero. Alcuni guardano con snobismo coloro che si addentrano in campi anche non strettamente classici, mentre questi ultimi guardano con stupore i percorsi un tantino anacronistici dei loro colleghi "puristi". Entrambi i modi di pensare hanno valenze potenzialmente positive e negative. In quale posizione ti collochi?
Sicuramente più nella seconda, anche se non si tratta, nel mio caso, di guardare con snobismo, perché apprezzo molto anche il "purista" che fa bene il suo lavoro, e ritengo che abbia senz'altro un ruolo importante nel far conoscere in modo più approfondito una parte del repertorio musicale.
Oggi viviamo una fase di integrazione di stili di varia provenienza e genere. Ritieni che il potenziale di questa integrazione porti ad una perdita di identità o ad un arricchimento?
È un argomento assai complesso, che meriterebbe da solo un saggio critico, come peraltro molte delle domande di quest'intervista. È vero che oggi c'è una compresenza di vari stili e generi musicali, anche nei luoghi deputati alla Cultura (con la C maiuscola): non lo vedo come un fatto negativo, tutt'altro, è positivo che anche le "altre" culture abbiano la chance di essere ascoltate: ad esempio, tutta la cosiddetta musica colta deve moltissimo in ogni periodo storico alla musica di cultura popolare. Quello che qui mi preme sottolineare è, come altri sicuramente ha fatto prima di me, che la musica che assurge alla dignità di arte può provenire da ogni direzione, paradossalmente anche dalla musica commerciale, se un autore è baciato dal magico soffio della superiore ispirazione. Uno dei miei compositori preferiti è Frank Zappa, che rappresenta l'incarnazione del musicista del XX secolo con la sua produzione che spazia dalla ballata pop al brano atonale-post-weberniano, e ha viaggiato durante tutta la sua carriera in un ambito tutt'altro che aulico o accademico, ma che quanto a tecnica non aveva nulla da invidiare ai più agguerriti autori di musica colta. Certo è che un prodotto musicale confezionato per scopi esclusivamente commerciali, difficilmente esce da cliché che lo avvicinano più ad un oggetto da bancarella di souvenir che ad una vera opera d'arte.
Rispetto alle epoche passate, nel campo classico, si ascolta più musica "vecchia" che nuova. Perché credi che questo avvenga? Trovi che la musica contemporanea sia in sintonia con l'evoluzione sociale, che sia davvero lo specchio dei nostri tempi?
Sicuramente perché nel campo "classico" anche se lo chiamerei "accademico", la musica nuova è costruita su delle basi linguistiche molto più ampie di quanto lo fosse in passato, quando il linguaggio musicale era unico ed accettato e compreso più o meno da tutti. Dalla deflagrazione avvenuta all'inizio del secolo scorso si sono formati tanti piccoli (o grandi) idiomi, che difficilmente possono essere compresi dalle masse, sempre più fagocitate dai media che "bombardano" il nostro apparato acustico con musica.-spazzatura, tanto che oggi risulta per molti difficile "digerire" anche un Monteverdi o un Brahms. In questo senso la musica contemporanea non è sicuramente in sintonia con l'evoluzione delle masse, anche se la sua generalizzata non comprensione è forse specchio del nostro tempo.
Recentemente hai proposto "suoni inauditi" , un intero programma dedicato alla musica contemporanea. Qual è il senso di tale proposta? Quali sfere dell'essere umano vuole toccare?
Il mio ultimo progetto, in duo con Arturo Tallini, è lo spettacolo "Suoni Inauditi", con musiche di Lachenmann, Bussotti e mie. Nasce dalla voglia di sperimentare e di giocare con lo strumento che ci accuma come interpreti, ma anche sicuramente di comunicare qualcosa di mai udito, nuovo, o quanto meno diverso dal solito. La fruizione del pubblico può secondo me avvenire a diversi livelli a seconda della fascia di età e del grado di conoscenza musicale degli ascoltatori: un buon consiglio prima di ascoltare questo concerto è di rilassarsi ed ascoltare in una condizione di estrema concentrazione da un lato, e senza alcun pregiudizio o prevenzione dall'altro.
Nel 1981 hai scritto "Gitanjali VII", per canto e chitarra, utilizzando testi del poeta indiano Rabindranath Tagore (n.d.r.: Per la sua produzione letteraria Tagore si servì della sua lingua natale, il bengali ma tradusse molte delle sue opere in lingua inglese. Gitanjali è una di queste e nel 1913 gli valse il Premio Nobel per la letteratura) e risale al 2001 il tuo "Notturno Indiano" per chitarra (inciso per Sinfonica)… A distanza di vent' anni riaffiorano forse reminiscenze del tuo viaggio in India? Vuoi parlarne?
Il brano per canto e chitarra appartiene ad un primo periodo in cui ero molto legato alla scuola di composizione che ho frequentato e in cui la lettura di Tagore, seguita al viaggio in India di quegli anni, era stata sicuramente una fonte ispiratrice importante. Mi era piaciuta, nel testo, la volontà del poeta di spogliare la sua espressione da ogni inutile orpello e ornamento, e avevo provato ad usare, nella parte musicale, uno stile che si adattasse a questa intenzione. A distanza di venti anni ho ripreso e rielaborato quel materiale, e ne sono nate ben tre composizioni di più ampio respiro: Poema indiano, del 1999, per voce, chitarra eensemble, Notturno indiano, del 2001, per chitarra sola, e Cinque episodi lirici, del 2002, per voce e chitarra. Quest'ultimo brano è, nel ritorno alla formazione originale, la versione più matura e ampia di quel brano giovanile. Il viaggio in India era la mia prima tournée in un paese lontano (risale al 1978), e lo ricordo ancora con una speciale emozione, sia per l'aspetto professionale che per la profonda esperienza umana che significò per me vedere a vent'anni quel mondo così diverso dal nostro.
Ultimamente hai composto "Contrasto per due chitarristi" nato, come tu stesso hai affermato, a seguito della suggestione profonda scaturita dalla lettura di una Lauda di Jacopone da Todi. Parliamo di letture abbastanza insolite…Cosa ti piace leggere? E perché leggi?
Avevo in mente un' opera con una parte poetica importante, il cui linguaggio possedesse una grande forza evocativa, e, tra le possibili opzioni, avevo pensato ad un antico greco, oppure ad un poeta medievale italiano. Quindi con curiosità mi sono avvicinato a questa produzione letteraria, che già in parte conoscevo per averla studiata al liceo, e ho trovato che questa lauda fosse perfetta per il tipo di destinazione strumentale (due esecutori) visto che la sua struttura dialogica suggerisce una bipartizione del materiale. Inoltre ritengo che il messaggio di Jacopone, con i dovuti filtri, sia perfettamente adattabile alla società odierna: una rivalutazione della spiritualità in un mondo concentrato sul materialismo e l'edonismo è quanto mai auspicabile. Venendo alla domanda sulla lettura: mi è sempre piaciuto leggere poesia e spesso in questo piacere ho trovato anche una fonte di ispirazione per la mia attività musicale: un altro mio recente progetto, del 2002, è basato sull'opera poetica di Federico Garcia Lorca, in omaggio del quale ho concepito uno spettacolo che conteneva anche un mio brano originale, "Concerto per Garcia Lorca", per chitarra, archi ed elaborazioni elettroniche. Naturalmente leggo di tutto, letteratura moderna e antica, italiana e straniera: non amo molto guardare la televisione, e quando ho un po' di tempo preferisco prendere in mano un buon libro.
Vivi in Italia ma sei di origine italo-spagnola. Mettendo da parte luoghi comuni e falsi stereotipi, da un punto di vista sia musicale che umano, ci sono delle caratteristiche per cui ti senti tipicamente italiano e/o tipicamente spagnolo?
L'origine italo-spagnola ha sempre condizionato il mio modo di essere, di crescere e di pensare. Infatti mi sento sì italiano - sono nato e ho vissuto sempre in Italia e non potrebbe essere altrimenti - ma la Spagna, la lingua ed anche la musica spagnola hanno sempre fatto parte del mio mondo, fin dall'infanzia, sicché questo mi ha dato una prospettiva tutta speciale con cui guardare la realtà. La scelta dello strumento è stata dettata dal fatto che fin da piccolissimo avevo un'attrazione tutta particolare verso la chitarra, non so se ciò abbia qualcosa a che fare con l'aria che respiravo in famiglia. Forse è un caso ma tuttora gran parte della mia attività concertistica si svolge in quel paese e ad ogni viaggio si rinnova in me la sensazione di ritrovare un luogo familiare, che quando mi rivede mi dà il benvenuto.
In qualche occasione hai affermato che non ami molto ascoltare le incisioni di chitarristi , preferendo invece l'ascolto di interpretazioni su altri strumenti . E' perché rispetto ad altri esecutori trovi i chitarristi maggiormente "limitati" dallo strumento oppure perché vuoi avere della musica una visione e percezione che non sia limitata alle potenzialità della chitarra stessa?
Non deve sembrare snobistica questa mia affermazione, dovuta principalmente al fatto che prima che chitarrista mi sento un musicista, che tra l'altro ha vissuto sia in fase di formazione che nella professione in un ambiente assai poco "tipicamente"chitarristico. Comunque, nonostante oggi il livello dei chitarristi sia notevolmente migliorato, preferisco sempre ascoltare incisioni di altro genere: forse perché per me che suono la chitarra è un'esperienza più stimolante avvicinarsi ad altri strumentisti, magari per carpire qualche segreto o ammirare una coerenza stilistica ed interpretativa difficilmente riscontrabile altrimenti.
Insegni da molti anni. Come imposti, oggi, il tuo rapporto con gli allievi? Quali sono i principi didattici nei quali credi oggi come ieri?
Considero l'insegnamento un aspetto di primaria importanza nella mia professione di musicista, e dedico a quest'attività un'attenzione speciale, perché l' ho sempre ritenuta formativa anche e soprattutto per chi insegna. Inoltre il rapporto che si può instaurare tra insegnante ed allievo può essere di grande ricchezza umana e professionale, se pensi che un maestro può condurre un allievo dal primo anno fino al diploma, in un lungo cammino della durata di dieci anni. Ciò in verità non capita ad un maestro tanto spesso quanto si crede, perché difficilmente si insegna (o si studia) in uno stesso luogo per un periodo tanto lungo. A me è successo quando insegnavo al Conservatorio di Bologna, e ti assicuro che è stata un'esperienza che mi ha riempito di sana soddisfazione, soprattutto quando a diplomarsi col massimo dei voti e la lode sono stati gli allievi che ho cresciuto fin dai primi passi.
Il mio modo di insegnare si è sempre basato su due principi guida che considero ancora oggi validi: la maieutica e la flessibilità, accanto ai principi didattici fondamentali della ricerca e definizione del suono e del controllo delle proprie facoltà psico-fisiche. Non assillo l'allievo con rigide regole sul modo di assumere la posizione sullo strumento, che cerco di adattare alla sua specifica fisicità, e faccio di tutto per renderlo attivo nello studio, non imponendogli dettami da applicare, ma piuttosto cercando di fargli tirar fuori idee e sentimenti rispetto a ciò che sta studiando. Naturalmente è per me basilare che l'allievo imposti lo studio di un brano con tutti gli elementi di conoscenza storico stilistica sull'autore, quindi stimolo molto il suo interesse da questo punto di vista.
Molti anni fa, ero ancora una "studentessa", un maestro mi chiese se sentivo di essere una chitarrista o di fare la chitarrista. La domanda mi sembra molto discutibile ma vorrei comunque girarla a te... Cosa risponderesti oggi?
Sinceramente questi sofismi lessicali non sono il mio forte: in parte ho già risposto affermando che mi sono sempre sentito più musicista che chitarrista. Peraltro mi sembra perfino riduttivo sentire di essere semplicemente chitarrista, quando ognuno di noi, potenzialmente, potrebbe suonare e comporre su qualsiasi strumento: è solo una serie di fatti spesso indipendenti dal nostro volere che ci porta a fare delle scelte in una direzione piuttosto che in un'altra.
Lo studio di uno strumento comporta impegno e costanza. John Williams afferma che il segreto sta nel trovare il modo di divertirsi studiando, cioè nel rendere piacevole lo studio. Hai qualche "trucco" da consigliare per riuscire in questo?
Mi sono sempre considerato fortunato perché sono riuscito in quello che per molti rimane solo un sogno: fare una professione dentro una delle cose che amo di più nella vita, la musica. Devo ammettere che per me studiare non è mai stata una fatica, anzi spesso costituisce un momento di relax rispetto a tutti gli altri problemi ed impegni che nella vita spesso devi affrontare. Scelgo poi sempre con cura il repertorio di studio, in modo da evitare di affrontare brani che non mi interessano. Penso che chi arriva al livello non dico di uno come Williams, ma anche solo professionale, non dovrebbe aver bisogno di ricorrere a trucchi per rendere piacevole lo studio: avrà pur la possibilità di scegliersi i brani da suonare! Naturalmente per lo studente il discorso è un po' diverso, ma non tanto come si potrebbe credere: non ricordo di essermi mai annoiato a studiare, neanche durante i primi anni. Un consiglio potrebbe essere: fate un pieno di passione per la musica e per lo strumento e poi provate…
Nel tuo trascorso percorso di studio c'è stata una figura che ha particolarmente influito e alla quale senti di dovere molto?
Sicuramente tra tutti i miei "maestri" colui che mi ha dato di più musicalmente e umanamente è stato Betho Davezac, che considero una figura di prim'ordine nel panorama chitarristico odierno, di una grande competenza in ogni tipo di repertorio, dalla musica antica, di cui è peraltro uno specialista, fino alla musica di oggi.
Quali sono i tuoi interessi extramusicali? Tra questi ce n'è uno che, pur se indirettamente, ti ha "ispirato" da un punto di vista musicale?
Abbiamo già parlato della lettura e di come la poesia abbia spesso ispirato anche la mia produzione di compositore. Cercando una scuola materna per mio figlio, che ora ha sei anni, sono venuto in contatto con una associazione pedagogica ad indirizzo steineriano, dunque, sempre tramite la lettura e lo studio, sto cercando di approfondire i temi (universali) affrontati da Rudolf Steiner, che trovo estremamente interessanti. Ho poi avuto modo di apprendere in passato molte teorie sull'alimentazione naturale, ed anche la possibilità di metterle in pratica: sono in grado di cucinare da solo un pranzo macrobiotico, vegetariano, naturista, mediterraneo ecc… ma non facciamo troppa pubblicità, altrimenti invece di richieste di concerti mi arriveranno richieste di inviti a cena…
Domanda classica ma utilissima a chi legge: quale consiglio daresti ad uno studente alle prime armi, ad uno studente di livello avanzato, ad un chitarrista già "lanciato" ?
- Al principiante ho già risposto prima: l'esperienza mi insegna che riesce meglio chi parte con un certo bagaglio di passione e motivazione: il consiglio è cercarsi un bravo maestro che coltivi e faccia crescere questa passione. - Allo studente avanzato direi di non mollare, ormai si è in dirittura d'arrivo, anche se forse è proprio quello il momento più critico, perché ti si pongono davanti tutti le incognite della futura professione. Importante in questa fase cominciare ad aprire gli occhi e le orecchie proprio per prepararsi il terreno per il futuro…viaggiare, sentire altre voci, confrontarsi con l'esterno per arricchire il proprio bagaglio di conoscenze umane e professionali. - Al chitarrista già "lanciato" chiederei: come hai fatto, lo insegni anche a me? A parte gli scherzi, l'unico consiglio che mi sentirei di dargli è di mantenere sempre alta la bandiera della qualità nella scelta del repertorio, per migliorare l'immagine pubblica del nostro strumento
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