![]() con LEO BROUWER di Adriana Tessier - 2 marzo 2008 |
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Dal 1° al 5 marzo 2008, si è tenuta a Latina la rassegna “Leo Brouwer... oltre i paisajes”. Nell’ambito della rassegna, interamente dedicata a Leo Brouwer e organizzata da Suoni Nuovi con la direzione artistica di Adriana Tessier, sono state eseguite alcune delle ultime opere del compositore cubano: |
| Vitrales de La Habana Vieja(per orchestra d’archi – prima europea)Gismontiana (per quartetto di chitarre e orchestra d’archi – prima mondiale) Paisaje cubano con fiesta (per chitarra sola – prima mondiale) Adriana Tessier ha intervistato Leo Brouwer il giorno successivo al meraviglioso concerto a lui dedicato nel giorno del suo 69° compleanno. |
| LE RADICI |
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Nella sua famiglia d’origine, la musica aveva un ruolo importante: sua madre suonava in un’orchestra di donne e suo padre era un grande appassionato di chitarra. Perchè ha scelto proprio questo strumento? Ha iniziato i suoi studi musicali a Cuba, durante la dittatura di Fulgencio Batista... Com’era per un bambino vivere sotto quel tipo di regime? Esisteva questo tipo di repressione ma tutto si svolgeva in silenzio, in radio non se ne parlava e non c’era informazione pubblica perché in realtà tra Batista e gli Stati Uniti esisteva un accordo per consentire l’appropriazione dell’America Latina da parte di questi ultimi e per approfittare della materia prima del paese. Non era una situazione tragica come, per esempio, quella dell’invasione dell’Irak e del Medio Oriente ma crescendo diventava sempre più dura da sopportare. Se non si fosse fatta una rivoluzione come quella di Fidel Castro, specialmente quella dei primi anni, credo che, come chiunque altro, sarei andato via a cercare un po’ di pace. Quando mia madre morì, avevo circa 11 anni, sentii la necessità di risolvere la mia vita economicamente e spiritualmente. Rimasi solo ma questa solitudine ha anche favorito lo sviluppo dell’idea, del pensiero, della propositività. E’ abbastanza strano ma è così. Ma l’esperienza di un contatto quotidiano con musica di grande qualità attraverso i concerti della Julliard, la televisione, la radio, fu importantissima... Per esempio, è impossibile per me dimenticare un concerto trasmesso in televisione in cui Stravinsky dirigeva quattro dei più grandi pianisti e compositori americani della storia: Leonard Bernstein, Aaron Kopland, Roger Sessions e Lukas Foss. Dopo una settimana o due, Bernstein tenne delle masterclass alla Julliard; io partecipai e fu un’esperienza unica, tra le più importanti della mia vita. Anche il professor Vincent Persichetti, di origine italiana, era straordinario. Era kapelmeister, proprio come Bach alla sua epoca, sia alla Julliard che alla Yale University, vicinissima a New York. Ricordo che suonava tutto, proprio come Paul Hindemith. Esisteva una biblioteca fornitissima dove trovai addirittura della musica cubana, eredità dei grandi del XX secolo contemporanei di Stravinsky, che nelle biblioteche cubane non era conservata! Questo è uno dei misteri della nostra professione. Il periodo di tempo trascorso a New York fu caratterizzato da una immersione profonda nella cultura, che ho assimilato in un lasso di tempo davvero breve. Com’è stato il suo ritorno a Cuba dopo questa intensa esperienza di vita a New York? Lì non mi sentivo davvero a mio agio. Avevo il rispetto dei colleghi, certo, fui anche proposto come professore dell’Università di Hartford, il professore più giovane di tutta la storia dell’Università... Ma non era esattamente un’atmosfera di casa, ero sempre uno straniero che sopravviveva, più o meno, e questo non è poi così interessante per un uomo. |
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LA RICERCA, LA MUSICA CONTEMPORANEA, LA "VISIONE" DEL SUONO, MICRO E MACROCOSMO Della sua posizione rispetto all’avanguardia musicale e delle diverse fasi della sua attività di compositore si è discusso tanto fino ad oggi, così come del suo intervento creativo su forme e strutture, frutto di integrazioni, trasformazioni e rinnovamenti legati a contesti anche extramusicali. Che tipo di ricerca c’è in queste integrazioni? Oggi il grave problema della musica contemporanea è come ciò come sta avvenendo: per semplificare al massimo il discorso, “contemporaneo” è ritenuto anche quel tipo di compositore che fa facili concessioni al sensazionalismo della cultura popolare semplicemente ritornando a cellule folkloristiche e inserendole nel piano formale della sonata, della variazione, della musica sinfonica, della musica colta o come si vuole definirla. L’inevitabile, triste, estrema invasione dei mass media, della radio, della televisione, provoca una saturazione di elementi banali, facili, commerciali, che molti compositori recepiscono come materiali in grado di portare successo. Mi riferisco, per esempio, a un ritmo carino, a un’atmosfera elegante, a un’armonia graziosa ma banale. Ma questo non è propriamente un discorso artistico. I pittori della Pop Art, come per esempio Roy Liechtenstein o il prototipo Andy Warhol, sono stati in grado di inserire nel kitch una rigorosa qualità estetica. Ma in campo musicale non si può certo definire “qualità estetica” l’inserimento dei ritmi eccitanti di Cuba e dei Caraibi in un brano di musica “colta”, per esempio. Questa operazione frutta forse maggior guadagno in termini di diritti d’autore ma non la trovo interessante da un punto di vista estetico. Per me è importante l’elemento significante essenziale, la cellula, ciò che Umberto Eco ha definito stilema. E lo stilema non è certo la forma popolare del ballo da discoteca, tutt’altro. Allo stilema si giunge osservando con un microscopio, trasformando e sviluppando uno spazio che quotidianamente si guarda in modo quasi annoiato. Quando si lavora con questa serietà si scopre un’altra visione del suono. Il compositore che ha bisogno di successo, di avere la foto in prima pagina, non è parte della creazione e secondo me ha un grave problema psicologico. Suggerisco ai miei colleghi giovani di fare molta attenzione e di non cedere alla banalità del discorso della cultura “popolaresca” - non quella popolare, che è seria e importante - al facilismo e al consumismo commerciale. Paul Klee giunse a una stilizzazione grafica che rappresentava un tronco d’albero con i rami se visualizzata in un verso e un tronco d’albero con le radici se visualizzata al contrario. Lo stesso disegno all’interno di due linee curve rappresentava una foglia. Lei ha utilizzato questa stilizzazione per delle lezioni di composizione: anche in musica, quindi, la corrispondenza tra il principio generale e il dettaglio, tra macrocosmo e microcosmo? Ogni frammento di questo tema ha fornito a Beethoven del materiale sonoro per elaborare una transizione, lo sviluppo, la coda del movimento. Lo stesso accade con l’Invenzione in do maggiore di Bach. La prima invenzione a due voci è tutta nelle sette notine dei bassi do re mi fa re mi do sol ... Se poi si capovolge il foglio di musica, allora si vede il moto contrario e con questi materiali si crea lo sviluppo interno ecc. Scoprire questo (e dico scoprire perché mi considero autodidatta) è stato lo stesso che per Paul Klee scoprire il simbolo della foglia e dell’albero con rami e radici. Si è trattato di una ricerca sullo sviluppo della materia sonora, un argomento per me affascinante. Parlo di materia sonora, non di tema, non di melodia - che può essere interessante o no - non di armonia - che può essere complessa o semplice - perché queste sono solo suddivisioni della materia sonora stessa. Questo è il mio modo di vedere ed è stata una scoperta straordinaria per me, ragazzino di 12-13 anni, che cercavo da solo la verità, una delle verità della vita professionale. Lei ha affermato più volte di aver percepito molto presto il dualismo, il continuo alternarsi di opposti che in molte culture antiche e moderne, colte e popolari, è considerato l’essenza della vita stessa e si riflette, quindi, anche nelle espressioni artistiche. Considera gli elementi opposti come realmente tali o come diverse espressioni di una realtà unica? Come un’unica realtà. Si può dire che esistono due modi di rapportarsi a questa dualità (uomo/donna, sole/ luna, giorno/notte) che tante volte ho definito come legge dei contrari. Un modo è considerare i contrari divisi e senza soluzione e l’altro, che esiste sempre, specialmente in natura, è considerarli conciliabili, perché tra loro non c’è separazione ma sempre transizione, fusione. Anche nel nostro DNA abbiamo cellule che sono mescolate... In musica, se parliamo di contrasto e di legge dei contrari, avremo per esempio i pianissimo e il forte oppure l’eco che, come tutti sappiamo, era uno degli elementi espressivi più cari al Barocco. L’arte in generale può nello stesso tempo esprimere questo dualismo e trasformarsi in un fattore integrante? In seguito si è trovata una vera integrazione di queste funzioni, integrazione che è la peculiarità del nostro mestiere, diciamo classico, legato alla musica da concerto o colta, o come la si vuole definire, non saprei... Più precisamente si tratta dell’integrazione di funzionalità diverse in una sola. La musica per ballare, quella per ricordare o quella per pregare si integra alla musica da ascoltare, e questa è la definizione più chiara che si possa dare della musica da concerto, colta, classica. Al tempo stesso, con la tradizione popolare ritorniamo alla funzionalità che la musica aveva 1000 anni fa. Credo che funzionalità e sublimazione siano entrambe necessarie, nessuna delle due può essere considerata cattiva o banale. È necessario per l’uomo potersi divertire ballando, trascorrendo una serata in discoteca, perché no?, e allo stesso tempo poter ascoltare una musica con la testa, col cervello, con la memoria storica, con tutto insieme. Peccato che oggi il commercialismo abbia introdotto una falsa funzionalità della musica, manipolata dai mass media, dai soldi, ecc... Peccato... SEGOVIA, LA TEMPORALITA', LA METODOLOGIA D'INSEGNAMENTO Lei ha affermato che pur non essendo attratto dalla figura di Andrés Segovia, da giovane assistette a uno dei suoi ultimi concerti e che nonostante quella non fosse tra le migliori performances dell’ormai anziano artista, la magia unica del suo tocco ripagò ampiamente il costo elevato del biglietto d’ingresso... Quali sono, oggi, le sue considerazioni sulla figura di Segovia? La grande diffusione della musica attraverso il compact disc, i video e la tecnologia in generale, ha modificato il rapporto dell’uomo con l’arte? Il brano che è stato eseguito durante il concerto di ieri [Si riferisce al concerto monografico in suo onore tenutosi a Latina il 1° marzo 2008 nell’ambito della rassegna Leo Brouwer: oltre i paisajes organizzata dall’Associazione Suoni Nuovi- N.d.r.], Vitrales de la Habana Vieja, per orchestra d’archi, è strutturato in cinque movimenti che scorrono come un film in cinque parti. Questo non si dice perchè non è necessario dirlo ma l’impostazione “a programma” si vede. La stessa proposta di unificazione del materiale sonoro, la transizione da un pezzettino all’altro, tutto concorre, in modo concentrato, a formare una minisinfonia. Con Bruckner abbiamo musiche che durano due ore, il mio pezzo, invece, dura otto minuti. Questa è l’enorme differenza. Come affrontare questa brusca accelerazione nell’attività didattica? É utile partire da facili elementi della cultura popolare chitarristica - come gli accordi semplici o il rasgueado semplice - per fare un po’ di musica non necessariamente cattiva, e parallelamente studiare la tecnica classica che è lenta, lunga da assimilare e un po’ noiosa per i bambini. Avevo un mio metodo quando suonavo, che consisteva nel mescolare, ma veramente concentrato, non distratto, e nel non ripetere niente. La ripetizione provoca una sedimentazione, come quella del fondo di un fiume che prende tutto e quindi non è limpido. Se la mente va a un’altra cosa, le dita ripetono ma non si ottiene un profitto profondo. La ripetizione è però necessaria per i bambini, affinché formino il muscolo e anche la memoria culturale. Ma nella ripetizione va inserita la varietà. Le scale, per esempio, invece che meccanicamente possono essere eseguite in crescendo, in diminuendo, modificando il timbro ecc... In questo modo si lavora in modo organico. Lo studio meccanico non apporta, non dà ricchezza, è inutile. Meglio mettere insieme elementi popolari e classici, non rimanere troppo tempo sullo stesso esercizio e di tanto in tanto “rinfrescare” il cervello. Due dei più grandi violinisti al mondo, Itzhak Perlman e Pinchas Zuckerman, seguono un metodo che consiste in 50 minuti di studio e 10 di pausa, con orologio alla mano. Allo scadere dei 50 minuti, anche se si trovano nel mezzo dell’improvvisazione più meravigliosa, staccano, prendono un caffè, scrivono una lettera e poi riprendono a suonare. Ha notato errori particolari nella metodologia dell’insegnamento? Ricordo uno dei grandi chitarristi del XX secolo, che ha fatto una delle prime incisioni del Concierto de Aranjuez; ebbene, dopo 20 anni che lo ripeteva, durante un’incisione il direttore l’ha fermato, perché ormai suonava un pezzo che non era più il Concierto de Aranjuez ma quello che lui continuava a suonare nel tempo tagliando questo, dimenticando quello... Questo episodio me lo ha raccontato proprio lo stesso chitarrista: Alirio Diaz, che è un grande, è ovvio. L’attuale metodologia didattica è sufficientemente al passo con i tempi? Ho tenuto lezioni a bambini, adulti, professionisti e ognuno è diverso, ovviamente. Un grande professionista potrebbe incidere un brano da subito ma lavorando con lui si può sperimentare l’interpretazione, osservare se questa contiene elementi tradizionali o no, elementi soppressivi, fantasia timbrica, se ricerca colori orchestrali o se preferisce quelli tipicamente chitarristici... Se l’allievo ha una concezione culturalmente importante non bisogna condizionare la sua interpretazione ma questa dev’essere frutto di una scelta basata su una conoscenza molto ampia. Si può decidere di suonare solo con il tocco libero, o tenendo la chitarra verticalmente, o di realizzare il rasgueado con il mignolo... Benissimo. Ma bisogna anche saper usare il tocco appoggiato, tenere la chitarra nel modo tradizionale e saper realizzare il rasgueado in tutti i modi possibili. Questo permette di scegliere. É semplice. In altri casi, invece di cominciare a studiare l’interpretazione si può osservare se le mani si muovono in modo organico oppure se c’è rigidità... Utilizzare una mescolanza dei modi di produzione del suono. Se la mano fa un po’ di tutto, si rilassa e al tempo stesso cerca diversi modi di produzione del suono. Un semplice accordo, per esempio, può essere eseguito pizzicato, arpeggiando con tutte le dita, solo con il pollice, solo con l’indice, con il rasgueado ecc. Come dicevo prima, una stessa scala può essere eseguita più volte aggiungendo dinamica, colore... Questo comporta spostamenti della mano e una ricerca della bellezza del suono, quindi arricchisce le potenzialità espressive e della mano stessa. La ricerca della qualità del suono dovrebbe essere costante. É il famoso tallone d’Achille ed è l’unica battaglia che deve continuare sempre. |
















